Il
castelluccio di Battipaglia.
Il Castelluccio,
più comunemente conosciuto sotto il nome di “Castelluccia”,
ubicato su una delle piccole alture che circondano Battipaglia,
fu riconosciuto e sancito la sua titolarità, insieme
alla Chiesa di S. Vito al Sele , il Duomo di S. Matteo
e la località Campolongo, alla Chiesa di Salerno
da parte di Roberto il Guiscardo, valoroso guerriero
e abile diplomatico figlio di Tancredi d'Altavillla,
il quale aveva promosso l'edificazione del monumentale
Duomo di Salerno. L'imponenza e la collocazione strategica
e geografica dell'edificio permetteva di controllare
e proteggere dall'alto della collina i Monasteri
di S. Mattia e di Sant'Arcangelo, luoghi di culto
voluti dal Principe Guaimario IV e dai suoi successori,
nei quali i monaci lavoravano i campi con i contadini
della zona, e le relative terre circostanti del Tusciano.
Gli imperatori,
non essendo facile a quei tempi colmare le lunghe distanze
e non potendo competere con il genio costruttivo – edilizio
dei romani, affidavano ai loro seguaci, tra duchi e baroni,
zone circoscritte dei loro possedimenti, regolando i
vari rapporti di interdipendenza tra il centro e la periferia
mediante un diritto feudale. Il castello, comunque, non è unicamente
costruito per assicurare un'eventuale difesa contro
il nemico o per dominare dall'alto la piana, ma per
servire da abitazione al signore, alla sua famiglia
e ai suoi servitori.
L'intero edificio
del Castelluccio, costruito a difesa dei Tuscianesi,
rimase in possesso della Chiesa salernitana fino alla
fine del XII secolo, quando, alla morte di Enrico IV,
il capitano del suo esercito Marcoaldo che uccise massacrò la
guarnigione del “castrum” e sottomise la popolazione
dei dintorni, si impossessò del Castelluccio.
Il Re Federico II di Svevia, personaggio straordinario,
nato nel 1194 a Jesi (Ancona) e morto a Castelfiorentino
(Foggia) nel 1250, dopo essere salito al trono, concesse
ai Frati dell'Ordine Teutoinico i possedimenti della
chiesa salernitana, entrandone successivamente in
possesso. Nel 1251 l'Arcivescovo Cesareo de Alagno,
un nobile di Amalfi, ottenne dal Marchese Bertoldo
di Honemburg i beni appartenuti alla Chiesa Salernitana
tra cui il Castelluccio, di cui Marcovaldo si era
appropriato. I rapporti di Federico II di Svevia
con i nobili influenzarono molto il suo governo.
Se i nobili
tedeschi godevano, per tradizione, di maggior indipendenza
e potenza nell'ambito dei loro feudi, nel Sud Italia
Federico cercò in tutti i modi di controllarli
e di fiaccarne l'autorità. Ma erano pur sempre
i nobili a rappresentare la sua forza e il suo sostegno
nelle situazioni più impegnative come le guerre,
le lotte contro i Comuni del Nord Italia e contro il
papato. Avendo abolito nel meridione il diritto di successione
per ereditarietà, riusciva a tenere avvinti
alla sua causa i feudatari, ma non mancavano le defezioni
e le ribellioni. E nelle situazioni di scontento
si inseriva la Chiesa, trovando terreno fertile per
la sua eterna lotta contro il potere imperiale. Dopo
la sua morte l'Arcivescovo di Salerno ottenne dal
Re Corrado, verso la fine del 1251, la restituzione
dei beni e dei possedimenti e le chiavi del maniero
furono consegnate dal Castellano Alberto De Recio
al giudice di Montecorvino, Matteo De Simone, come
testimonia un documento dell'Archivio Arcivescovile.
Verso la fine del 1612 il Castelluccio fu acquistato
dai Doria, che avevano in precedenza preso possesso
del feudo di Angri.
Nel 1638, insieme
ad altri possedimenti e beni immobili, passa nelle
mani del marchese Giulio Pignatelli, i cui discendenti ne
sono stati in possesso e proprietari fino pochi decenni
fa. Verso l'inizio del 1800 la struttura si trova
in possesso dei principi Strangoli Ferrara Pignatelli,
la quale, mostrando i segni del tempo e della dimenticanza
e non adattandosi alle esigenze mondane del casato,
fu ristrutturato, curato ed ingentilito dall'architetto
Farinelli. Sebbene l'aspetto originario sia stato
modificato, rimangono le possenti mura che poggiano direttamente
sulla roccia e molti affreschi al suo interno.
Oggi l'edificio è di
proprietà della famiglia Santese e benché vi
sia una splendida facciata l'intera struttura interna
necessita di seri e costosi lavori di consolidamento
e restauro, essendo le stanze e i relativi solai interamente
crollati. I Santese, considerando la struttura di notevole
pregio medievale, vorrebbero adibirla a museo o a centro
socio – culturale fruibile da tutta la cittadinanza
.